Il Pastiss e la botola delle meraviglie

Sembra strano ma dallo scorso 26 novembre ad oggi circa 500 persone hanno oltrepassato la soglia che divide il reale dal fantastico, attraverso un tombino, e quello che sorprende ancora di più e che di persone ce ne sarebbero state il doppio, se non di più a giudicare dalle domande pervenute, ma che superavano la capacità ricettiva del luogo.

Si è conclusa infatti oggi la prima personale in Italia dell’artista francese Clémence de La Tour du Pin presentata dalla Treti Galaxie, in collaborazione con il Museo Pietro Micca e l’Associazione Amici del Museo Pietro Micca.

Clémence de La Tour du Pin nasce a Roanne nel 1986. Dopo aver conseguito un BFA alla Me-tropolitan University di Londra, nel 2017 entra al De Ateliers (https://www.de-ateliers.nl/en) di Am-sterdam. Ha esibito le proprie opere sia in mostre personali presso 1857 (Oslo, Norvegia 2017) che collettive al Dortmunder Kunstverein (Dortmund, Germania 2017), alla Galerie Tobias Naehring (Leipzig, Germania 2016), al Musée d’Art Moderne de La Ville de Paris (Parigi, Francia 2015) e il SALTS (Basel, Svizzera 2015).

La mostra è stata allestita a 13 metri di profondità, nelle gallerie e negli ambienti della Fortezza Sotterranea del Pastiss, costruita nel XVI Secolo per volontà del Duca Emanuele Filiberto di Savoia. Rimasto sepolto da allora, lo spazio è stato aperto per la prima volta aperto al pubblico in occasione della mostra.

La Tour du Pin ha concepito la rete labirintica dei tunnel del Pastiss come un’architettura intrauterina, che ha paragonato alla parte inconscia della città di Torino, con le sue anime dimenticate, i suoi desideri e le sue fobie nascoste.

Per “sept préludes” l’artista ha sviluppato un particolare percorso di visita nelle profondità della fortezza, con interventi installativi, elementi immaginari e sistemi per campionamenti gassosi. In questa esplorazione psicogeografica dello spazio i visitatori sono stati stimolati a sviluppare un’alternativa consapevolezza del paesaggio sotterraneo attraverso un’immersione sensoriale e tour guidati da una narrazione non lineare.

Coltivando la sua fascinazione per il prozio Charles de Brosses, che ha coniato il termine “feticismo” e ha esplorato la Cittadella nel 1740, l’artista ha assemblato, in alcuni dei punti più profondi delle gallerie, sistemi filtranti per estrarre e catturare campioni di ombre e impurità preservati dall’atmosfera del luogo.

“Esiste una consacrazione temporanea per le giovani donne o ragazze che soffrono dell’attacco di vapori isterici (…). Si crede che queste ragazze siano state toccate da un serpente che, avendo concepito una propensione per loro, ha ispirato questa sorta di furore” (Charles de Brosses, “On the Worship of Fetish Gods”, da “The Returns of Fetichism: Charles de Brosses and the Afterlives of an Idea”, University of Chicago, 2017).

Il tutto passando a fianco di mura storiche e famose, accarezzando mattoni di epoca romana e costeggiando cantine di palazzi famosi, come quello dove fu girato il film “Gatto a nove code” di Dario Argento.

Oggi la botola si è chiusa per l’ultima volta concludendo la mostra, palesando che in una città della quale tutti i media sottolineano quotidianamente il progressivo declino, grazie all’iniziativa di giovani lungimiranti come i membri della Treti Galaxie, ci siano ancora grandi tesori pronti solo ad essere valorizzati.

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